Edizione 2019

Per una nuova educazione: sentire e pensare, tra arte e scienza

Per una nuova educazione: sentire e pensare, tra arte e scienza
IV CONVEGNO ARTI E GESTALT 2019

Novembre 2019

Il sentire viene prima del pensare nell’essere umano?

Se chiediamo cosa riteniamo che venga prima, il sentire o il pensare, molte persone potrebbero considerare che si tratti di un quesito banale. In realtà per la maggior parte rimarremo impigliati in una domanda che pesca in luoghi interni molto densi, da cui non ci si può sottrarre facilmente senza aver ascoltato l’eco dell’esperienza della propria vita e della propria visione del mondo.

Questa domanda può creare uno spartiacque interno che chiede una risposta onesta, malgrado la tentazione di sbarazzarsene facilmente.

Ma il problema è che si tratta di un tema invisibile, su cui spesso le parole ingannano e confondono, livellando in una sorta di omogeneità di visioni del mondo che non trova corrispondenza nei comportamenti quotidiani delle persone.

Se pensiamo a questo tema come crocevia di incontro tra il mondo della psicologia, della Gestalt e il mondo della strada, delle piazze, del vivere civile e in comune, insomma della politica, mi pare convincente pensare, come dice Paolo Quattrini che la democrazia affondi le sue radici nel sentire non nel pensare.

Questa affermazione apre a connessioni profonde tra ciò che non si vede, come succede in una relazione, e ciò che si vede benissimo, come in un governo e le sue direzioni per la cittadinanza.

L’uguaglianza dei diritti tra tutti gli uomini sarebbe allora una questione relativa al sentire, non solo al pensare, è una questione etica, non è un pensiero, questo lo diventa successivamente nel suo fiorire e articolarsi in un modo di accordare il vivere in comune secondo questo valore.

In molti paesi uomini e donne vengono incarcerati, processati, ammazzati per strada, come per esempio l’avvocatessa in Iran o la giornalista uccisa a Kabul, o molte altre che dedicano il loro impegno a favore dei diritti delle donne. 

Queste voci messe a tacere a colpi di fucile al cuore e alla testa, testimoniano in modo assordante che quello che muove la battaglia per i diritti, quanto la battaglia per la loro soppressione, è mosso da un sentire potente, coraggioso da una parte e cieco dall’altra.

Il tema di una visione del mondo che metta in primo piano il sentire oppure il pensare, può apparire banale o scontato almeno tra gli addetti ai lavori nel sociale, nella relazione di aiuto, ma in realtà non lo è, perché, per quanto venga usata e inflazionata la parola empatia, la nostra civiltà è tuttora appoggiata sul pensare; lo considera migliore, di maggior successo, prestigio, più riconoscibile e aggiungo controllabile. 

Il sentire non è oggettivo, è soggettivo, ci mette tutti allo stesso pari, “non ho più ragione di te”, né può essere vero il contrario. Ci mette tutti nello stato di confusione, perché con un sentire bisogna poi prendere decisioni personali e non allineabili a linee guida di comportamento standard.

Viene poi in primo piano la questione del cosa farne di questo sentire, come comunicarlo, come “esprimerlo” si direbbe in Gestalt.

Ma anche su questo termine dell’espressione vale la pena interrogarsi. Cosa significa esprimersi? Per ognuno forse rimanda a bisogni e a modi di rispondervi diversi.

Dal punto di vista della Gestalt esprimere ha a che fare con la presa in carico responsabile di tale espressione, cioè con lo scegliere la forma di questa espressione in relazione all’effetto che voglio ottenere. La forma, il modo in cui si esprime è strettamente collegato alla relazione con l’altro, a partire dalla relazione/comunicazione con se stessi, con l’altro da sé.

Questo segna uno spartiacque culturale tra una comunità che si fonda sull’incontro e sullo scambio e una che si fondi sulla soppressione delle differenze.

Per coltivare una comunità che abbia una buona comunicazione orizzontale, bisogna ricordare, come dice Mancuso in un suo libro: “La nazione delle piante rispetta universalmente i diritti dei viventi attuali e di quelli delle prossime generazioni”. Conoscenza diventa la chiave con cui aprire nuovamente la percezione a ciò che sta al di fuori della “nostra bolla”, sempre per citare Mancuso e che inevitabilmente ci fa credere che il mondo reale sia quello contenuto nel microscopico circuito di informazioni che riceviamo e di relazioni che ci continuano a tenere nella bolla. In questa bolla è racchiusa anche spesso la folle idea che noi esseri umani siamo fuori dalla natura, e questo è veramente pericoloso.

“E’ per questo che la molto saggia Nazione delle Piante, nata centinaia di milioni di anni prima di qualunque nazione umana, garantisce a tutti gli esseri viventi la sovranità sulla Terra: per evitare che delle singole specie molto presuntuose possano estinguersi prima del tempo, dimostrando che il loro grosso cervello non era affatto un vantaggio, ma uno svantaggio evolutivo”. Infatti, il concetto molto condiviso è che “l’uomo è migliore di qualunque altro organismo vivente”, ma il concetto di “migliore” richiede un obiettivo, mentre se, come Mancuso scrive: “Il concetto di “migliore” ha poco senso nella storia dell’evoluzione della vita”, Darwin dice che l’evoluzione premia il più adatto a sopravvivere. “l’organismo migliore, quindi, è il più adatto a sopravvivere”.

In Gestalt parliamo di “adattamento creativo” all’ambiente, cioè della capacità di trovare attraverso la creatività delle strade sempre nuove.

Per essere creativi e imparare bisogna affascinarsi di qualcosa, di qualcuno, questa prospettiva apre nuove strade alla ricerca della relazione, necessaria come ponte per fondare una comunità di esseri umani che condividano la cultura umana nelle sue diverse forme e saperi. In questa prospettiva l’arte è fondante come linguaggio che permette di accedere all’uomo nella sua umanità e nel suo cammino di conoscenza che proviene da una lunga storia collettiva ricchissima, senza la quale saremmo soli nel mondo e facilmente preda di un pessimismo distruttivo.

L’appoggio e il riconoscimento di appartenenza a questa umanità in cammino che ha prodotto sapere, arte e ha intessuto relazioni indispensabili alla scoperta e all’invenzione nei diversi campi del sapere tecnologico, scientifico, umanistico, artistico, è indispensabile al futuro delle generazioni attuali e prossime.

Si tratta di aprire strade alle donne e agli uomini di domani che si affacciano a questo mondo adesso, perché trovino un terreno fertile che li incoraggi a creare il loro senso della vita.

Se superiamo l’idea romantica dell’eroe che scopre, salva, conquista fondamentalmente da solo. possiamo avere accesso ad un movimento collettivo di conoscenza e di percorsi spesso non passati alla storia, ma densi di bellezza; perché anche la storia è una narrazione degli uomini, delle epoche, delle politiche e quindi seleziona in base alla narrazione in corso su cosa sia di valore etico, estetico e logico, oltre all’opportunità contingente.

I romanzi del novecento dall’Ulisse di Joyce, all’Uomo senza qualità di Musil, hanno inaugurato una nuova epoca in cui il vero eroe è un uomo senza specifiche qualità, è un uomo qualunque che vive una vita ordinaria, e straordinaria al tempo stesso se la si racconta. Se questo passaggio epocale nella letteratura riflette un bisogno dell’umanità di passare dall’uomo epico all’uomo umano, che vive nell’attualità contemporanea frenetica, convulsa, dove non ci sono più gli aedi, i cantastorie, dove leggere un articolo lungo su Facebook è già una sfida contro il tempo, allora forse c’è bisogno di ripartire proprio dalla fascinazione di cui parla Galimberti con cui avvicinare i giovani e meno giovani alla cultura dell’umanità di cui tutti siamo protagonisti, semplicemente per riappropriarci di questo protagonismo nella nostra storia, e co-protagonismo con altri compagni di cammino.

Valentina F. Barlacchi


Arti e gestalt 2019